"Io che Bacco seguendo, le sue tigri,
Che al carro allaccia, con la dura sferza,
E col pungolo mio spesso attizzai;
Sicché per vie novelle, in questa etate,
Ebbro sovente in Baccanal fui tratto:
Sazio di più innestar pampini, e tralci,
Dopo tant'anni che a le viti intorno,
Per trarne il frutto, in compagnia sudai;
Alfin con nuova età cangiando cielo,
E dal superbo Eridano passando
A la sinistra man del picciol Reno,
Dov'ebber gli avi miei nido e riposo,
Di vignajuolo, agricoltor son fatto:
E canterò la canape, e la vera
Cultura d'un sì nobile virgulto,
Che ne' campi d'Italia, e piucchè altrove,
Nel felsineo terreno, e nel vicino
Centese floridissimo recinto,
(Dov'è una terra, che città può dirsi,
Tanto in se stessa, e ne' suoi degni e illustri
Abitatori oggi è pregiata al mondo)
S'alza e verdeggia, e selve forma ombrose,
Quando la stagion fervida comincia
A cuocer l'aria, e finché il Lion rugge
Nel ciel, dura a far ombra su la terra." (da Il canapaio, 1741)
(Girolamo Baruffaldi, presbitero, poeta e letterato italiano, noto anche per la fabbricazione di clamorosi falsi filologici localistici che ingannarono persino Foscolo, Carducci e Leopardi; Ferrara, 17 luglio 1675 – Cento, 31 marzo 1755)
Che al carro allaccia, con la dura sferza,
E col pungolo mio spesso attizzai;
Sicché per vie novelle, in questa etate,
Ebbro sovente in Baccanal fui tratto:
Sazio di più innestar pampini, e tralci,
Dopo tant'anni che a le viti intorno,
Per trarne il frutto, in compagnia sudai;
Alfin con nuova età cangiando cielo,
E dal superbo Eridano passando
A la sinistra man del picciol Reno,
Dov'ebber gli avi miei nido e riposo,
Di vignajuolo, agricoltor son fatto:
E canterò la canape, e la vera
Cultura d'un sì nobile virgulto,
Che ne' campi d'Italia, e piucchè altrove,
Nel felsineo terreno, e nel vicino
Centese floridissimo recinto,
(Dov'è una terra, che città può dirsi,
Tanto in se stessa, e ne' suoi degni e illustri
Abitatori oggi è pregiata al mondo)
S'alza e verdeggia, e selve forma ombrose,
Quando la stagion fervida comincia
A cuocer l'aria, e finché il Lion rugge
Nel ciel, dura a far ombra su la terra." (da Il canapaio, 1741)
(Girolamo Baruffaldi, presbitero, poeta e letterato italiano, noto anche per la fabbricazione di clamorosi falsi filologici localistici che ingannarono persino Foscolo, Carducci e Leopardi; Ferrara, 17 luglio 1675 – Cento, 31 marzo 1755)

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