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venerdì 6 febbraio 2026


"Era il 18 marzo del 1978. Due giorni prima di quel sabato, il giorno dell’assassinio di Fausto e Iaio (Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci n.d.r.) , c’era stato il sequestro di Aldo Moro e il clima, sia per le strade che sul lavoro era parecchio teso. Non mi dimenticherò mai quello che ho sentito al telegiornale: «Sono stati uccisi due ragazzi al Casoretto per un regolamento di conti tra drogati». Mi pareva strano. Solo la mattina ho saputo con sgomento che erano proprio Fausto e Iaio i compagni assassinati! «Non è vero! Non è vero!», non potevo crederci, non era possibile... Ho pianto poco, perché una rabbia micidiale mi soffocava: loro semmai stavano lavorando a un libro bianco contro gli spacciatori!

... Mi salivano alla mente gli incubi peggiori. Rivedevo le immagini del mio paese in tempo di guerra, conoscevo bene la ferocia dei fascisti. Gli assassini non potevano che essere loro, ne ero certa.

Pensavo: «Adesso inizieranno a uccidere i compagni in giro per le strade...» Il telegiornale non parlava già più di Fausto e Iaio, le notizie si concentrarono esclusivamente sulle indagini per Aldo Moro... Non mi davo pace. Dovevo fare qualcosa!

Le mie figlie mi hanno dato le loro agendine, mi sono messa a telefonare a tutti chiedendo, non del ragazzo e della ragazza, ma delle loro madri... Volevo parlare con la mamma. E parlavo, parlavo, dicevo che i giornali e la televisione raccontavano bugie. «Guardate che qui è un altra storia, c’è sotto qualcosa di brutto... Come hanno ucciso quei due ragazzi potrebbero domani farlo ai nostri figli...». La gran parte delle mamme che mi rispondevano si mettevano a piangere. «Anch’io ho paura per mia figlia, anch’io per mio figlio... Anch’io, anch’io, anch’io...» Un’angoscia, una cosa straziante, però quella sera siamo riuscite, non so come, a farci forza... Alcune hanno proposto di andare tutte insieme ai funerali con uno striscione, altre di organizzare una riunione tra noi mamme.....

Le mie figlie ed io con la mia vicina di casa ci siamo messe a fare uno striscione su un lenzuolo: «Le mamme di tutti i compagni piangono i loro figli!» Poi sono andata a ordinare una corona con la firma: «Le Mamme del Leoncavallo» e l’ho fatta portare all’obitorio, dove noi mamme avevamo l’appuntamento. Ai funerali c’era un sacco di gente. Centomila persone, molti rischiando il licenziamento perché anche i sindacati erano contro: non appoggiarono i lavoratori che volevano dimostrare, scioperare o semplicemente ottenere un permesso.. (...)

Per vent’anni siamo andate al Tribunale, con o senza appuntamento, per incontrare o protestare con i giudici che cambiavano in continuazione. Una volta eravamo in cento, una volta in quindici, un’altra volta in sei. Per vent’anni... Io mi sono contata persino tutti i gradini che ci volevano per arrivare all’ufficio dei giudici... 940 scalini... 940 scalini per conoscere la verità: «Chi li ha uccisi e perché». Solo questo: «Chi li ha uccisi e perché».

Poi invece purtroppo c’è stata l’archiviazione. Nelle motivazioni c’era scritto: «archiviazione nonostante ci siano i nomi di personaggi fortemente indiziati appartenenti alla banda della magliana di Roma e ai Nuclei Armati Rivoluzionari», gruppo famigerato responsabile di tante stragi di quegli anni, compresa la stazione di Bologna e nonostante alcuni volantini di rivendicazione. Sui mandanti poi non si è mai voluto nemmeno indagare. Penso che la morte di quei due giovani, avvenuta poche ore dopo il sequestro Moro, sia stata una cosa pazzesca, una ferita ancora aperta che rappresenta una tremenda svolta storica, altrimenti non si spiegherebbe come mai il 18 di marzo di ogni anno, in via Mancinelli, dove sono stati uccisi, si ritrovi così tanta gente, dopo 32 anni."

(Carmen De Min, operaia, sindacalista, "mamma del Leoncavallo"; Chies d'Alpago, 1934 – Milano, 6 febbraio 2022) 

 

 

Castello misterioso, litografia a colori, 42,5x37 cm.
 

(Květa Pacovská; Praga, 28 luglio 1928 – Praga, 6 febbraio 2023) 

 

Anotwi, acrilico su tela, 70x90 cm.

(Owusu Ankomah; Sekondi, 24 ottobre 1956 – Sekondi, 6 febbraio 2025) 

lunedì 6 febbraio 2023

 


Guy Stockwell, attore ricordato per Beau Geste (1966, di Douglas Heyes) e - tra le tantissime serie tv a cui ha partecipato - Avventure in paradiso (New York, 16 novembre 1933 – Prescott, 6 febbraio 2002)

 

 


"Due cose mi hanno spinto a scrivere questo libro. In primo luogo il ritorno dal Lager. Ma altrettanto importante era per me la rappresentazione di una giovane donna che aveva vissuto settanta anni fa e che aveva un solo scopo: la realizzazione di se stessa. Era una scelta molto difficile e dura. Ero una femminista, senza conoscere nemmeno il significato della parola; infatti durante il fascismo non esisteva né la parola né la cosa cui essa si riferisce. Quando ero giovane avevo un solo scopo: diventare libera e indipendente [...]. Ne Il fumo di Birkenau non sono propriamente presente, ma sono, come l'ha definito Primo Levi, un “occhio che osserva” (das “beobachtende Auge”); non sono dunque un personaggio esistente, ma solo osservante.
I ponti di Schwerin è un testo che tratta della mia vita, della mia vita dopo il Lager, della mia vita come donna.“

 (Liana Millu, nata Millul, scrittrice, insegnante, partigiana; Pisa, 21 dicembre 1914 – Genova, 6 febbraio 2005)

 


"At some point the label 'hard-rocker' began to get on my nerves, and I decided to break those chains. My music definitely doesn't sound like AC/DC or the Scorpions - nothing against either of these bands, they're okay. But I was fed up with that image."

 (Gary Moore, nome completo Robert William Gary Moore, chitarrista, cantautore; Belfast, 4 aprile 1952 – Estepona, 6 febbraio 2011)

 


"I certainly wasn't the idol of millions. I just happened to get good parts. And so I wasn't worried . . . because I could see these character parts stretching on into the, you know, dim days of the future."

 (James Whitmore, attore; White Plains, 1º ottobre 1921 – Malibù, 6 febbraio 2009)

 


"In Germany, I have been called the Queen of Kitsch, but I don't mind that - as long as people buy the books."

 (Rosamunde Pilcher, nata Rosamunde Scott, scrittrice di romanzi sentimentali; Lelant, 22 settembre 1924 – Dundee, 6 febbraio 2019)

mercoledì 6 febbraio 2019

"I dreamed all my life of being a movie star. Movies were my life. You had to have an escape when you were raised in a basement. I saw all the James Cagney, Humphrey Bogart and John Garfield pictures. Odds against the world ... that was my meat."
(Nick Adams, nome d'arte di Nicholas Aloysius Adamshock, attore; Nanticoke, 10 luglio 1931 – Beverly Hills, 6 febbraio 1968)
"Success is a journey, not a destination. The doing is often more important than the outcome."
(Arthur Robert Ashe, Jr., vincitore di 3 tornei dello Slam; Richmond, 10 luglio 1943 – New York, 6 febbraio 1993)
Mo-Do, pseudonimo di Fabio Frittelli, cantante del genere techno-eurodance con un paio di successi all'attivo (Eins, Zwei, Polizei e Super Gut) e modello (Monfalcone, 24 luglio 1966 – Udine, 6 febbraio 2013)
"live fast, die young"
(Falco, nome d'arte di Johann (Hans) Hölzel, cantante e musicista; Vienna, 19 febbraio 1957 – San Felipe de Puerto Plata, 6 febbraio 1998)
Guy Madison, pseudonimo di Robert Ozell Moseley, attore (Bakersfield, 19 gennaio 1922 – Palm Springs, 6 febbraio 1996)

martedì 6 febbraio 2018

Cenotafio di Newton, Sezione con effetto diurno (1784); inchiostro, 39,8 x 65 cm, Bibliothèque Nationale, Parigi.
(Étienne-Louis Boullée; Parigi, 12 febbraio 1728 – Parigi, 6 febbraio 1799)
"Non c'è nulla da dire: c'è solo da essere, c'è solo da vivere."
(Piero Manzoni, merda d'artista; Soncino, 13 luglio 1933 – Milano, 6 febbraio 1963)
In foto: Ole Bagger, Piero Manzoni, Uova, 1960.

martedì 24 febbraio 2015


Il punto e virgola è un segno di interpunzione formato dalla congiunzione di un punto e di una virgola posti graficamente in verticale l'uno sopra l'altro; nella lettura, corrisponde ad una pausa di valore intermedio tra quella più lunga del punto fermo e quella breve della virgola. È particolarmente diffuso nella lingua italiana, ma viene usato, anche se più raramente, anche in diverse lingue straniere. Il punto e virgola indica la fine del concetto espresso nella frase al cui termine si trova il segno di interpunzione in questione; tale concetto si ricollega alla più grande idea di cui tratta l'intero periodo. Il punto e virgola non indica perciò né la fine dell'idea generale (come farebbe il punto), né la continuazione del concetto minore (che costituisce il ruolo della virgola), ma qualcosa di intermedio tra queste due funzioni. Questo segno risulta perciò utile nei periodi lunghi e complessi, ricchi di ramificazioni difficili da controllare. Un uso collegato è quello, per esempio, all'interno di un inciso tra parentesi, dove è scorretto usare il punto. Un secondo frequente utilizzo del punto e virgola consiste nel porlo alla fine degli elementi di un elenco puntato, dove il punto fermo intenderebbe una forte divisione concettualmente tra gli stessi e obbligherebbe alla maiuscola iniziale nel punto successivo. L'utilizzo del punto e virgola iniziò attorno ai primi del Cinquecento per opera del celebre stampatore italiano Aldo Manuzio, che si fregiò, inoltre, anche dell'invenzione del carattere corsivo.
(Aldo Pio Manuzio, in latino: Aldus Pius Manutius, editore, tipografo e umanista; Bassiano, 1449 – Venezia, 6 febbraio 1515)
"Il mondo è un bel libro, ma poco serve a chi non lo sa leggere." (da La Pamela nubile)
(Carlo Osvaldo Goldoni, drammaturgo; Venezia, 25 febbraio 1707 – Parigi, 6 febbraio 1793)
"Chi vuole sapere di più su di me, cioè sull'artista, l'unico che vale la pena di conoscere, osservi attentamente i miei dipinti per rintracciarvi chi sono e cosa voglio."
(Gustav Klimt, pittore allergico agli autoritratti; Vienna, 14 luglio 1862 – Neubau, 6 febbraio 1918)

lunedì 23 febbraio 2015

Battesimo di Cristo, 1634, Palazzo Braschi, Roma.
(Francesco Mochi; Montevarchi, 29 luglio 1580 – Roma, 6 febbraio 1654)