"Era il 18 marzo del 1978. Due giorni prima di quel
sabato, il giorno dell’assassinio di Fausto e Iaio (Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci n.d.r.) , c’era stato il
sequestro di Aldo Moro e il clima, sia per le strade che sul lavoro era
parecchio teso. Non mi dimenticherò mai quello che ho sentito al
telegiornale: «Sono stati uccisi due ragazzi al Casoretto per un
regolamento di conti tra drogati». Mi pareva strano. Solo la mattina ho
saputo con sgomento che erano proprio Fausto e Iaio i compagni
assassinati! «Non è vero! Non è vero!», non potevo crederci, non era
possibile... Ho pianto poco, perché una rabbia micidiale mi soffocava:
loro semmai stavano lavorando a un libro bianco contro gli spacciatori!
... Mi salivano alla mente gli incubi peggiori. Rivedevo le
immagini del mio paese in tempo di guerra, conoscevo bene la ferocia dei
fascisti. Gli assassini non potevano che essere loro, ne ero certa.
Pensavo: «Adesso inizieranno a uccidere i compagni in giro per le
strade...» Il telegiornale non parlava già più di Fausto e Iaio, le
notizie si concentrarono esclusivamente sulle indagini per Aldo Moro...
Non mi davo pace. Dovevo fare qualcosa!
Le mie figlie mi hanno dato le loro agendine, mi sono
messa a telefonare a tutti chiedendo, non del ragazzo e della ragazza,
ma delle loro madri... Volevo parlare con la mamma. E parlavo,
parlavo, dicevo che i giornali e la televisione raccontavano bugie.
«Guardate che qui è un altra storia, c’è sotto qualcosa di brutto...
Come hanno ucciso quei due ragazzi potrebbero domani farlo ai nostri
figli...». La gran parte delle mamme che mi rispondevano si mettevano a
piangere. «Anch’io ho paura per mia figlia, anch’io per mio figlio...
Anch’io, anch’io, anch’io...» Un’angoscia, una cosa straziante, però
quella sera siamo riuscite, non so come, a farci forza... Alcune hanno
proposto di andare tutte insieme ai funerali con uno striscione, altre
di organizzare una riunione tra noi mamme.....
Le mie figlie ed io con la mia vicina di casa ci siamo
messe a fare uno striscione su un lenzuolo: «Le mamme di tutti i
compagni piangono i loro figli!» Poi sono andata a ordinare una corona
con la firma: «Le Mamme del Leoncavallo» e l’ho fatta portare
all’obitorio, dove noi mamme avevamo l’appuntamento. Ai funerali c’era
un sacco di gente. Centomila persone, molti rischiando il licenziamento
perché anche i sindacati erano contro: non appoggiarono i lavoratori che
volevano dimostrare, scioperare o semplicemente ottenere un permesso.. (...)
Per vent’anni siamo andate al Tribunale, con o senza appuntamento,
per incontrare o protestare con i giudici che cambiavano in
continuazione. Una volta eravamo in cento, una volta in quindici,
un’altra volta in sei. Per vent’anni... Io mi sono contata persino tutti
i gradini che ci volevano per arrivare all’ufficio dei giudici... 940
scalini... 940 scalini per conoscere la verità: «Chi li ha uccisi e
perché». Solo questo: «Chi li ha uccisi e perché».
Poi invece purtroppo c’è stata l’archiviazione. Nelle motivazioni
c’era scritto: «archiviazione nonostante ci siano i nomi di personaggi
fortemente indiziati appartenenti alla banda della magliana di Roma e ai
Nuclei Armati Rivoluzionari», gruppo famigerato responsabile di tante
stragi di quegli anni, compresa la stazione di Bologna e nonostante
alcuni volantini di rivendicazione. Sui mandanti poi non si è mai voluto
nemmeno indagare. Penso che la morte di quei due giovani, avvenuta
poche ore dopo il sequestro Moro, sia stata una cosa pazzesca, una
ferita ancora aperta che rappresenta una tremenda svolta storica,
altrimenti non si spiegherebbe come mai il 18 di marzo di ogni anno, in
via Mancinelli, dove sono stati uccisi, si ritrovi così tanta gente,
dopo 32 anni."
(Carmen De Min, operaia, sindacalista, "mamma del Leoncavallo"; Chies d'Alpago, 1934 – Milano, 6 febbraio 2022)