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venerdì 12 maggio 2023

 


"Firing me because I’m transgender was discrimination, plain and simple, and I am glad the court recognized that what happened to me is wrong and illegal. I am thankful that the court said my transgender siblings and I have a place in our laws – it made me feel safer and more included in society." 

(Aimee Stephens, nata Anthony Stephens, funzionaria statunitense nota per la sua lotta per i diritti delle persone trans; Fayetteville, 7 dicembre 1960 – Redford, 12 maggio 2020)

"A suo agio, scelse a una a una le tinte.
L'azzurro, alla luce delle candele, dà in un verde posticcio; se è carico, come l'indaco e il cobalto, diventa nero; se è chiaro, volge al grigio; se è limpido e tenero come la turchese, s'offusca e si ghiaccia. A meno dunque di associarlo come complementare ad un altro colore, non c'era da pensare di farne la nota dominante d'un ambiente.
D'altra parte, i grigi ferro, alla luce artificiale, s'imbronciano di più e s'appesantiscono; i grigi perla perdono l'azzurro e si mutano in bianco sporco; i bruni, s'addormentano e si raffreddano; quanto ai verdi carichi, come sarebbe il verde-imperatore ed il verde-mirto, si comportano nello stesso modo dei verdi densi e si fondono coi neri.
Restavano dunque i verdi più chiari, come il verde-pavone, i cinabri e le lacche; ma allora la luce artificiale esilia il loro azzurro, per non serbare che il giallo, il quale non conserva a sua volta che un tono falso, un sapore equivoco.
Neanche c'era da pensare ai colori salmone, granoturco; né ai rosa: l'effeminatezza di queste tinte contraria i propositi d'isolamento. Non c'era infine da prendere in considerazione i violetti, i quali si spogliano: solo il rosso che contengono viene a galla la sera; e che rosso! un rosso vischioso, la feccia d'un vino ignobile. Giudicava d'altronde affatto inutile ricorrere a questo colore quando, ingerendo una certa dose di santonina, si vede violetto: ciò che rende agevole mutare, lasciandole al loro posto, la tinta delle tappezzerie.
Scartati questi colori, non ne rimanevano che tre: il rosso, l'arancione, il giallo.
A tutti preferiva l'arancione. Trovava così in se stesso conferma ad una teoria ch'egli dichiarava pressoché matematicamente esatta: che una armonia, una rispondenza esiste tra la natura sensuale d'un vero artista ed il colore che i suoi occhi apprezzano meglio e cui sono più sensibili.
Trascurando infatti la grande maggioranza degli uomini che han la retina così grossolana da non apprezzare né la cadenza propria a ogni colore né l'arcano fascino delle gradazioni e delle sfumature; trascurando del pari l'occhio del borghese, insensibile alla pompa e al vittorioso squillo dei toni alti e vibranti; non prendendo in considerazione che gli individui dalla pupilla squisita, educata dalla letteratura e dall'arte, gli pareva fuori dubbio che l'occhio di quello fra di essi che sogna l'ideale, che reclama delle illusioni, che implora dei veli nei tramonti, è di solito accarezzato dall'azzurro e dai colori che ne derivano, quale il malva, il lilla, il grigio perla: purché tuttavia essi restino tenui e non varchino il limite oltre il quale divengon altri, si trasformano in violetti puri, in meri grigi.
Quelli invece che procedono a passo di carica, i pletorici, i bei sanguigni, i solidi maschi che disdegnano i preludi e gli intermezzi e s'avventano perdendo subito la testa, per la maggior parte costoro applaudono ai luccichii sfacciati dei gialli e dei rossi, ai colpi di tamburo dei cinabri e dei cromi che li accecano e li sborniano.
Insomma, l'occhio delle persone deboli e nervose che han bisogno, per risvegliare l'appetito, di cibi affumicati o piccanti; l'occhio di chi è sovreccitato ed estenuato predilige, quasi sempre, l'arancione: questo colore dagli splendori fittizi, dalle febbri acide." da Controcorrente, 1884.

(Joris-Karl Huysmans, nato Charles-Marie-Georges Huysmans, scrittore, poeta, critico letterario e critico d'arte, e dal 1902 oblato benedettino; Parigi, 5 febbraio 1848 – Parigi, 12 maggio 1907)


"Finally, I have played many loners who were both cerebral and physical. If I had the energy for it, I would write my two lives, psychoanalyze myself via the psychoanalysis of the characters whom I've played. That could explain why I went in this direction, why different directors employed me in an ultimately similar way. An introspection of myself and of the characters with whom I had a feast, to talk in a culinary way."

 (Jacques Daniel Michel Piccoli, attore, regista, sceneggiatore e produttore; Parigi, 27 dicembre 1925 – Saint-Philbert-sur-Risle, 12 maggio 2020)

 


"I've done nothing that I can call exciting. I was a barber. Since then I've been a singer. That's it."

 (Perry Como, pseudonimo di Pierino Ronald Como, cantante, attore, showman; Canonsburg, 18 maggio 1912 – Jupiter Inlet Colony, 12 maggio 2001)

 


Doris May, nata Helen Garrett, attrice in ruoli da protagonista in western e commedie del cinema muto (Seattle, 15 ottobre 1902 – Los Angeles, 12 maggio 1984)

Nick Gypsy Rose & Blue Max Hensley, 1975.

(Robert Henry "Bob" Mizer, fotografo e regista; Idaho, 27 marzo 1922 – Los Angeles, 12 maggio 1992)

sabato 12 maggio 2018

"Dicono che sono odioso e tratto i miei attori come se fossero cani, insomma pare io sia il tipico tedesco d'anteguerra. Ma so quello che faccio: è il mio metodo. Devo spazzar via la crosta di una falsa tecnica, e portare alla luce il vero sentimento, che è come un seme nascosto sotto la grazia superficiale di una ragazza. Li guardo duramente: mai in vita loro si sono sentiti trattare con tanta asprezza, li investo, li schiaccio col sarcasmo, le male parole, il disprezzo, e hanno tutti voglia di andarsene. È allora che arrivo al fondo del loro animo e lo guido verso la sua naturale espressione."
(Erich von Stroheim, regista e attore; Vienna, 22 settembre 1885 – Maurepas, 12 maggio 1957)
Jardin d'hiver (dettaglio), 1968-70, Centre Pompidou, Parigi.
(Jean Dubuffet; Le Havre, 31 luglio 1901 – Parigi, 12 maggio 1985)
"Sono stata troppo disponibile per il lavoro, ho sempre avuto attorno gente che mi lodava non per quello che sono, ma per quello che potevo rendere loro. Questo della canzone è un ambiente terrificante e ho voluto restarmene fuori, restandomene dietro le quinte per tre anni. Mi sono disincantata. So qual è il marciume che sta dietro a un'artista e non voglio più essere coinvolta. Continuerò a cantare, ma a piccole dosi. Nel mondo dello spettacolo tutti cercano di stritolarti, di infangare la tua dignità. E, alla fine, siamo noi che ne rispondiamo davanti al pubblico, con la nostra faccia. (...) Impresari disonesti, per risparmiare, mi hanno costretta a cantare con impianti sonori di poco conto; mi hanno costretta a tappe forzate sotto la minaccia di una penale. E, così, sono finita due volte sotto i ferri. Dopo l'operazione per tre mesi non potevo neanche parlare. Mi hanno operata tenendomi la bocca aperta mediante un apparecchio d'acciaio che mi ha ferito tutto il palato. È stato un periodo dolorosissimo."
(Mia Martini, pseudonimo di Domenica Rita Adriana Bertè detta Mimì, cantante; Bagnara Calabra, 20 settembre 1947 – Cardano al Campo, 12 maggio 1995)
Macchina procreatrice, 1967, metallo, Museo H.R. Giger, Gruyères.
(Hans Ruedi Giger, all'anagrafe Hans Rudolf Giger; Coira, 5 febbraio 1940 – Zurigo, 12 maggio 2014)