
"Ecco l'angoscia umana in cui lo spettatore dovrà trovarsi uscendo dal
nostro teatro. Egli sarà scosso e sconvolto dal dinamismo interno dello
spettacolo che si svolgerà sotto i suoi occhi. E tale dinamismo sarà in
diretta relazione con le angosce e le preoccupazioni di tutta la sua
vita. Tale è la fatalità che noi evochiamo, e lo spettacolo sarà questa
stessa fatalità. L'illusione che cerchiamo di suscitare non si fonderà
sulla maggiore o minore verosimiglianza dell'azione, ma sulla forza
comunicativa e la realtà di questa azione. Ogni spettacolo diventerà in
questo modo una sorta di avvenimento. Bisogna che lo spettatore abbia la
sensazione che davanti a lui si rappresenta una scena della sua stessa
esistenza, una scena veramente capitale. Chiediamo insomma al nostro
pubblico un'adesione intima e profonda. La discrezione non fa per noi.
Ad ogni allestimento di spettacolo è per noi in gioco una partita grave.
Se non saremo decisi a portare fino alle ultime conseguenze i nostri
principi, penseremo che non varrà la pena di giocare la partita. Lo
spettatore che viene da noi saprà di venire a sottoporsi ad una vera e
propria operazione, dove non solo è in gioco il suo spirito, ma i suoi
sensi e la sua carne. Se non fossimo persuasi di colpirlo il più
gravemente possibile, ci riterremmo impari al nostro compito più
assoluto." Da Il teatro e il suo doppio.
(Antonin Artaud, drammaturgo, attore, saggista e regista teatrale; Marsiglia, 4 settembre 1896 – Ivry-sur-Seine, 4 marzo 1948)