“Biciclette, invece, non se ne vedevano affatto. Il misero
veicolo, sgusciante e leggero, silenzioso e facilmente occultabile,
aveva impensierito i tedeschi, messa in crisi la loro efficienza
investigativa e repressiva, al punto che il generale Maltzer ne aveva
proibito, con una dura ordinanza, la circolazione nell'intento di
ridurre la mobilità dei partigiani.
Feroci e ingenui i nazisti
attribuivano alla bicicletta i loro insuccessi nella caccia agli
attentatori e, dunque, credettero che eliminando le biciclette,
avrebbero eliminato gli attentati, i movimenti dei porta-ordini, la
distribuzione dei giornali clandestini.
Forse, se non fosse stata
emessa quell'ordinanza, Zavattini e De Sica non avrebbero mai ideato un
film come "Ladri di biciclette". Mai come in quei mesi l'assenza di
biciclette nelle strade fece emergere la loro utilità, così che anche
quando, a liberazione avvenuta, quella proibizione fu seppellita, la
bicicletta diventò non solo un bene prezioso, uno strumento di lavoro,
un mezzo di comunicazione indispensabile in una città priva di mezzi di
trasporto pubblico, ma anche il simbolo di un'epoca.
Nella loro
ottusa ferocia i tedeschi erano incapaci di adeguarsi all'astuzia dei
romani, di capire quella filosofia spicciola e sorniona che permetteva
di beffarli rispettando formalmente le imposizioni. Se, insomma, andare
in bicicletta era proibito, non lo era andare in triciclo, conclusero i
romani, e allora bastava aggiungere una ruota alla bicicletta,
trasformarla in triciclo per restare nella legalità e riacquistare la
possibilità di movimento.
Si vedevano così biciclette arrugginite,
estratte dai nascondigli, trasformate in tricicli fortunosamente e,
dunque, libere di circolare sotto gli occhi dei tedeschi senza temere il
sequestro del mezzo e l'arresto del ciclista.” Da Celluloide, 1983.
(Ugo Pirro, nome d'arte di Ugo Mattone, sceneggiatore e scrittore; Salerno, 26 aprile 1920 – Roma, 18 gennaio 2008)

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