"A suo agio, scelse a una a una le tinte.
L'azzurro, alla luce delle candele, dà in un verde
posticcio; se è carico, come l'indaco e il cobalto, diventa nero; se è
chiaro, volge al grigio; se è limpido e tenero come la turchese,
s'offusca e si ghiaccia. A meno dunque di associarlo come complementare
ad un altro colore, non c'era da pensare di farne la nota dominante d'un
ambiente.
D'altra parte, i grigi ferro, alla luce artificiale,
s'imbronciano di più e s'appesantiscono; i grigi perla perdono l'azzurro
e si mutano in bianco sporco; i bruni, s'addormentano e si raffreddano;
quanto ai verdi carichi, come sarebbe il verde-imperatore ed il
verde-mirto, si comportano nello stesso modo dei verdi densi e si
fondono coi neri.
Restavano dunque i verdi più chiari, come il verde-pavone, i
cinabri e le lacche; ma allora la luce artificiale esilia il loro
azzurro, per non serbare che il giallo, il quale non conserva a sua
volta che un tono falso, un sapore equivoco.
Neanche c'era da pensare ai colori salmone, granoturco; né
ai rosa: l'effeminatezza di queste tinte contraria i propositi
d'isolamento. Non c'era infine da prendere in considerazione i violetti,
i quali si spogliano: solo il rosso che contengono viene a galla la
sera; e che rosso! un rosso vischioso, la feccia d'un vino ignobile.
Giudicava d'altronde affatto inutile ricorrere a questo colore quando,
ingerendo una certa dose di santonina, si vede violetto: ciò che rende
agevole mutare, lasciandole al loro posto, la tinta delle tappezzerie.
Scartati questi colori, non ne rimanevano che tre: il rosso, l'arancione, il giallo.
A tutti preferiva l'arancione. Trovava così in se stesso
conferma ad una teoria ch'egli dichiarava pressoché matematicamente
esatta: che una armonia, una rispondenza esiste tra la natura sensuale
d'un vero artista ed il colore che i suoi occhi apprezzano meglio e cui
sono più sensibili.
Trascurando infatti la grande maggioranza degli uomini che
han la retina così grossolana da non apprezzare né la cadenza propria a
ogni colore né l'arcano fascino delle gradazioni e delle sfumature;
trascurando del pari l'occhio del borghese, insensibile alla pompa e al
vittorioso squillo dei toni alti e vibranti; non prendendo in
considerazione che gli individui dalla pupilla squisita, educata dalla
letteratura e dall'arte, gli pareva fuori dubbio che l'occhio di quello
fra di essi che sogna l'ideale, che reclama delle illusioni, che implora
dei veli nei tramonti, è di solito accarezzato dall'azzurro e dai
colori che ne derivano, quale il malva, il lilla, il grigio perla:
purché tuttavia essi restino tenui e non varchino il limite oltre il
quale divengon altri, si trasformano in violetti puri, in meri grigi.
Quelli invece che procedono a passo di carica, i pletorici,
i bei sanguigni, i solidi maschi che disdegnano i preludi e gli
intermezzi e s'avventano perdendo subito la testa, per la maggior parte
costoro applaudono ai luccichii sfacciati dei gialli e dei rossi, ai
colpi di tamburo dei cinabri e dei cromi che li accecano e li sborniano.
Insomma, l'occhio delle persone deboli e nervose che han
bisogno, per risvegliare l'appetito, di cibi affumicati o piccanti;
l'occhio di chi è sovreccitato ed estenuato predilige, quasi sempre,
l'arancione: questo colore dagli splendori fittizi, dalle febbri acide." da Controcorrente, 1884.
(Joris-Karl Huysmans, nato Charles-Marie-Georges Huysmans, scrittore, poeta, critico letterario e critico d'arte, e dal 1902 oblato benedettino; Parigi, 5 febbraio 1848 – Parigi, 12 maggio 1907)

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